VI Domenica del Tempo Ordinario – 14 febbraio 2026
La liturgia di domenica scorsa ci ricordava l’insegnamento di Gesù ai suoi discepoli in modo che comprendessero quale testimonianza dovessero dare con la loro vita.
In questa domenica le letture cercano di farci comprendere quale debba essere il ruolo del cristiano, che solo se invaso dallo Spirito di Dio può vivere con “sapienza” ed essere veramente luce nel mondo.
Nel brano di Matteo che la liturgia oggi ci propone, sempre nel contesto del discorso della montagna, Gesù si definisce come colui che porta a compimento la legge.
La legge, infatti, è buona: comanda ciò che fa crescere la vita e vieta ciò che la diminuisce. I profeti, a loro volta, si richiamano ad essa, denunciandone le trasgressioni e promettendo un cuore nuovo e uno spirito nuovo, che faccia finalmente camminare nella via di Dio. Ma la legge non salva nessuno. L’uomo, dopo il peccato, per imperizia e inganno, ritiene male il bene e bene il male.
Quando se ne accorge ha già sbagliato e, cercando di giustificarsi, sbaglia ulteriormente.
La legge insieme provoca, accusa, punisce. Posta a tutela della vita a causa del peccato non dà che morte.
Gesù è venuto a liberarci dalla schiavitù della legge non abolendola bensì compiendola, e in modo superiore, divino. Infatti dietro la legge, che vieta ciò che sa di morte, c’è il Signore che dà vita e risuscita dai morti; dietro la parola che condanna la trasgressione, c’è il Padre che perdona il trasgressore.
Gesù non è la fine ma il fine della legge e dei Profeti.
La Chiesa non annuncia la legge ma la buona notizia della “giustizia eccessiva” del Figlio, che ama come il Padre.
Pieno compimento della legge è l’amore scrive Paolo in Romani 13, 10.
