Solennità della Santissima Trinità – 31 maggio 2026
Dal primo all’ultimo giorno l’esistenza cristiana si svolge tutta sotto l’influenza della Santissima Trinità, nella comunione delle Tre Persone Divine e della loro unità. Basta fare un segno di croce per invocare la presenza di Dio nella mia vita, un Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Una presenza che vive in me.
Non è affatto vero che la Trinità è un mistero remoto, lontano da me. Al contrario, queste sono le tre persone che ci sono più “intime” nella vita: non sono infatti fuori di noi ma dentro di noi. Esse “dimorano in noi” (Gv 14,23) e noi siamo il loro “tempio”.
Perché la fede cristiana si professa nella Santissima Trinità? Non è già abbastanza difficile credere che c’è Dio per aggiungerci anche che Egli è Uno e Trino?
La risposta a questi interrogativi è una sola: i cristiani credono che Dio è Trino perché credono che Dio è amore. Se Dio è amore è chiaro che deve amare qualcuno, e dall’eternità il Padre ha in sé stesso il Figlio che ama di un amore infinito, cioè nello Spirito Santo.
Dio non è in se stesso solitudine ma comunione. Egli è reciprocità, scambio, incontro, legame, festa. Quando nel libro della Genesi leggiamo che Dio dice: “Facciamo l’uomo a nostra immagine” (Gen 1,26) la somiglianza di cui parla è quella della Trinità. È la relazione come essenza del cuore di Dio e dell’uomo. L’uomo è creato ad immagine della Trinità. Ecco perché la solitudine mi pesa, perché è contro la mia natura ed ecco perché, di contro, quando amo e sto con gli amici sto così bene, perché è secondo la mia vocazione.
E comprendiamo perché oggi il Vangelo inizia proprio con questa espressione: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio”. Egli ama e vuole condurre tutti quanti noi ad amare. Credere nella Trinità significa credere nell’amore di un Dio che si dona e ci invita a vivere questo amore che è donazione in ogni stato di vita.
È importante che anche nelle nostre famiglie impariamo a vivere questo amore trinitario.
Guardando alle Persone Divine vediamo che ognuna di esse non parla mai di sé, ma parla dell’altra, non attira l’attenzione su di sé ma sull’altra. Ogni volta che il Padre parla nel Vangelo, è sempre per rivelare qualcosa del Figlio: “Questi è il mio Figlio, l’amato”. Gesù a sua volta non fa che parlare del Padre. Lo Spirito Santo quando viene nel cuore di un credente non comincia con il pronunciare il suo nome (Ruah), ma ci insegna a dire Abbà, Padre e a dire Maranathà, vieni Signore.
Che bello sarebbe se nella famiglia o nella comunità non si ponesse sempre l’attenzione su se stessi ma si indicasse l’altro con grande cura ed attenzione, proprio come è riuscita a fare la Vergine Maria: “Tuo padre ed io…”.
Amare equivale a donare. Quindi non domandiamoci cosa possiamo ricevere dagli altri ma piuttosto cosa noi possiamo dare nella vita.
